Lorenzo Montinaro


Natomorto / Mortonato, 2026

cm 40x40

Marmo


Senza titolo, 2026

Dimensioni variabili

Opale nero, vetroceramica

L’opera interviene sull’espressione “nato morto” invertendone i termini e generando la parola impossibile mortonato. Senza aggiungere nulla, ma semplicemente alterando l’ordine delle lettere, il lavoro produce uno slittamento che mette in crisi le categorie di inizio e fine, vita e morte. Il marmo accoglie un linguaggio instabile che non descrive un fatto, ma rivela la fragilità dei sistemi attraverso cui organizziamo il significato dell’esistenza e del tempo. In sintesi, le tre opere condividono una pratica di sottrazione e trasformazione: recuperano materiali e linguaggi legati alla memoria funeraria per aprire spazi di interrogazione sul tempo, sull’identità e sulla condizione umana. Attraverso cancellazioni, spostamenti e reinterpretazioni, ciò che era destinato a definire o registrare una vita viene convertito in un dispositivo poetico capace di generare nuove possibilità di pensiero. L’opera Senza titolo riprende le dimensioni di una lapide appartenuta a un mio antenato, o a ciò che oggi posso riconoscere come tale attraverso una ricerca genealogica inevitabilmente incompleta. Un dato apparentemente oggettivo che, invece di confermare un’appartenenza, ne rivela la fragilità. La superficie marmorea è sostituita da uno specchio opalino nero che restituisce un’immagine incerta e sfuggente di chi guarda, mentre al posto della fotoceramica compare un ovale bianco privo di volto. Da un lato una presenza che si offre senza mai mostrarsi pienamente, dall’altro un’assenza che rifiuta ogni identificazione. L’opera riflette sull’impossibilità di ricostruire integralmente le proprie origini e sul desiderio di colmare le lacune della memoria. In questo spazio di incertezza emerge anche il tema del dare: dare un volto a chi non lo possiede più, dare forma a una storia frammentaria, dare significato a tracce che non possono essere verificate. Tuttavia ciò che viene dato non è una risposta, ma la possibilità di una relazione. Il ritratto assente può appartenere a chiunque e, proprio per questo, diventa un luogo aperto alla proiezione e al riconoscimento. L’opera non conserva la memoria di un individuo specifico; offre piuttosto allo spettatore la possibilità di confrontarsi con il proprio desiderio di appartenenza e con ciò che ogni generazione riceve e, a sua volta, dà al futuro.


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